giovedì 14 giugno 2012

SOFTWARE DIDATTICI

Per quanto riguarda i software didattici si può registrare l'utilizzo di tre categorie principali di prodotti: software progettati e realizzati per un target di discenti sordi, software didattici per un target generico ma accessibili ad utenti sordi, software non accessibili ad utenti sordi. Nell'ultima categoria rientrano tutti quei prodotti in cui sono importanti output sonori ma non viene prevista un alternativa visuale, o scritta come i sottotitoli. Quindi l'utilizzo di questi programmi è impossibile in auto-formazione e non sono da considerarsi ottimali se impiegati nel gruppo classe o con un sostegno, in quanto incentrati sul canale acustico vocale sottraggono al bambino sordo il fascino ludico dell'uso del computer nel processo formativo, sottolineando lo sforzo nel superare la barriera del canale deficitario.
I software progettati e realizzati per utenti sordi, non sono molti in quanto il numero ristretto di un target così specifico non garantisce certamente un successo editoriale. Spesso prodotti specifici sono stati prodotti con finanziamenti istituzionali.
Ultimamente, con l'uscita di software per la costruzione di prodotti multimediali rivolti ad un pubblico privo di un background da programmatore informatico e la conseguente maggiore facilità di assemblare un prodotto multimediale anche senza abilità particolari di programmazione, sono reperibili vari di questi prodotti.
La possibilità di poter finalmente analizzare diacronicamente le lingue dei segni, di poterle storicizzare, di poter infine sviluppare un corpus letterario è per i sordi una rivoluzione grande come è stata quella della fine dell'epoca preistorica, che li rende protagonisti e capaci di poter essere fonte centrale di diffusione dei saperi.

martedì 12 giugno 2012

LA MULTIMEDIALITA'

La carta è ancora il canale principale di diffusione del testo scritto, nonostante l'inarrestabile ascesa delle tecnologie digitali. Nel mondo dei sordi invece possiamo ragionevolmente affermare che la diffusione di nuove tecnologie ha prodotto una serie di profondi cambiamenti.

In campo culturale e didattico ci sono varie possibilità di usufruire delle nuove tecnologie per rivoluzionare radicalmente la trasmissione dei saperi ed i metodi di insegnamento rivolti a persone sorde. Mentre il libro è uno strumento “ mono-mediale ” che può essere integrato se non altro da immagini bidimensionali, l' ipertesto in sé integra, o meglio, rappresenta la convergenza di media diversi in una stessa struttura di veicolazione dei contenuti. Con un testo scritto su supporto cartaceo possiamo avvalerci al massimo dell'aiuto di qualche illustrazione mentre un supporto multimediale consente di veicolare l'informazione nel modo più adatto alla persona sorda: utilizzando ai massimi livelli il canale visuale e limitando l'uso della lingua scritta poco padroneggiata dai sordi. La multimedialità indica la presenza simultanea di media diversi, tra cui testi, immagini, suoni e filmati. Un documento è detto multimediale quando almeno due di tali elementi sono presenti contemporaneamente. Si sta assistendo, dunque, alla nascita di una nuova creatività, alimentata dalle molteplici doti comunicative del multimedia, i supporti tecnologici possono dare spazio a queste nuove frontiere della comunicazione.

lunedì 11 giugno 2012

METODI EDUCATIVI

Gli ultimi quindici anni hanno visto la nascita di nuove concezioni pedagogiche ed educative. Oltre che dell'oralismo si è cominciato a parlare d'educazione bilingue e del metodo bimodale.
Nell'ambito dei metodi oralisti ci sono diverse metodiche che hanno in comune la convinzione che il gesto uccide la parola e quindi non usano la lingua dei segni. Il limite di alcune metodologie esclusivamente oraliste è quello di privilegiare tra i molteplici aspetti del linguaggio solo quello articolatorio, puntando molto sull'articolazione e poco sulla comprensione, infatti lo stesso arricchimento lessicale è programmato in base alla difficoltà di pronuncia delle parole non tenendo in nessun conto il valore semantico. In questo modo la sordità è considerata solo in una prospettiva riabilitativa da un punto di vista clinico: diagnosi, grado di sordità, protesizzazione e logopedia. Si cerca con insistenza di “normalizzare” il bambino sordo facendolo assomigliare al bambino normoudente: la questione più rilevante è che al bambino sia insegnato a parlare bene.
Anche il metodo bimodale condivide l'obiettivo che il bambino sordo raggiunga una competenza nella lingua parlata e scritta il più simile possibile ad un bambino udente; condivide invece con il metodo bilingue la convinzione dell'integrità della facoltà di linguaggio nel bambino sordo. Si utilizza la modalità visivo-gestuale ma con la sintassi identica all'italiano parlato.
Nell' educazione bilingue il bambino viene esposto alla lingua vocale e alla lingua dei segni in contesti separati o da due fonti diverse.
Nel caso del bambino sordo non si può parlare di bilinguismo simultaneo in quanto l'apprendimento della lingua parlata procede più lentamente di quello della lingua segnata. I bambini sordi possono in pratica acquisire prima la lingua dei segni e più tardi la lingua parlata e scritta divenendo quindi bilingui. Resta completamente aperto il problema di come insegnare la seconda lingua: comunque chi sceglie di occuparsi della formazione dei sordi non può ignorare che le tecnologie informatiche possono permettere a chi manca del canale uditivo di ricevere il messaggio comunicativo anche in altre modalità, favorendone così lo sviluppo linguistico e cognitivo, minimizzando l'handicap.

giovedì 7 giugno 2012

LINGUAGGIO DEI SEGNI ALL'ASILO

E sono circa 6500/7000 i bambini che necessitano di un sostegno scolastico per problemi uditivi. Da questi dati si rileva che i bambini affetti da disturbi uditivi, non necessariamente sordi totali, sono davvero un numero elevato. Allora perché non si può migliorare la comunicazione sin dalla più tenera età nella fascia 0-3 anni cioè il periodo di maggior apprendimento? Giuseppe Lonero, capogruppo de La Destra, ha da poco presentato una mozione in cui propone di inserire una figura professionale specializzata nella Lingua Italiana dei Segni in almeno un asilo nido per Circoscrizione.Come si sa, La lingua dei segni è un sistema di comunicazione visivo utilizzato dalle comunità dei segnanti a cui appartengono in maggioranza persone sorde o con udito troppo debole per poter comunicare a voce (ad ogni nazione, tra l’altro, corrisponde una sua lingua).

“La dimestichezza con questo nuovo linguaggio (la Lis) – spiega nel documento Lonero – sarebbe per i piccoli udenti e non, un bagaglio culturale particolarmente utile e servirebbe in particolare agli udenti come nuovo sistema di simboli comunicativi”. Il consigliere fa rilevare che questa esperienza servirebbe da stimolo per lo sviluppo intellettivo, affettivo e sociale della fascia che va dai 3 mesi ai 3 anni, favorendo in modo armonico l’integrazione dei sordi e tutti avrebbero indistintamente le stesse opportunità di apprendimento. “Non solo – prosegue il Capogruppo – ma il bilinguismo ridurrebbe l’impatto emotivo e psicologico tra bimbi udenti e sordi favorendo la socializzazione, tanto da far diventare la Lis come madrelingua per i sordi e seconda lingua per i bimbi udenti.”

Il consigliere chiede all’Amministrazione che si effettui un censimento delle famiglie residenti con bimbi sordi al di sotto dei 3 anni di età, per modificare le regole di accesso alla graduatorie per favorire l’ingresso dei bimbi sordi negli asili nido dove sarà presente la figura professionale specializzata.

venerdì 1 giugno 2012

LA FIGURA DELL'ASSISTENTE ALLA COMUNICAZIONE NELLA SCUOLA

La legge 104/92 prevede la possibilità per i bambini sordi di essere affiancati da questa figura e sono in aumento le famiglie che lo richiedono, anche se la legge non ne ha ancora tracciato un profilo giuridico ed economico ben definito.
Al momento la prassi più diffusa è la seguente:
·         la famiglia inoltra domanda al Comune di residenza o alla Provincia (la competenza non è uguale in tutto il territorio) per ottenere l’assistente alla comunicazione;
·         spesso la Provincia non gestisce in proprio il servizio, ma delega enti, cooperative, associazioni, ecc... che nominano gli assistenti in base ad una lista compilata per titoli ed esami;
·         l’assistente viene inserito nell’istituzione scolastica, ma resta alle dipendenze dell’Ente o cooperativa che lo ha nominato. L’orario può oscillare dalle 10 alle 20 ore settimanali.
In tutta Italia sta aumentando notevolmente la presenza di questa figura professionale, non solo a scuola  ma anche in famiglia. L’operatore svolge un vero e proprio intervento educativo poiché deve rafforzare l’identità del bambino sordo facendogli comprendere il valore della sua diversità come risorsa positiva.
I requisiti dell’assistente alla comunicazione, secondo l’ENS, sono i seguenti:
·         deve conoscere benissimo la Lingua dei Segni Italiana (LIS);
·         deve aver frequentato un corso di formazione;
·         deve avere un titolo di studio adeguato: diploma di maturità per il nido, la scuola materna e la scuola elementare; diploma di laurea per tutti i gradi scolastici (dal nido alle superiori) ;
·         nel caso di operatore udente, deve essere figlio di sordo segnante (la sua competenza deve essere valutata mediante un esame) oppure aver frequentato un corso di Lingua dei segni di almeno 400 ore;
·         deve frequentare regolarmente la comunità dei sordi.
L’ingresso di un assistente alla comunicazione all’interno di una classe pone una serie di interrogativi sul lavoro di questo operatore per quel che riguarda il suo ruolo e le sue competenze, rispetto all’insegnante curricolare e di sostegno.
Il ruolo principale dell’assistente alla comunicazione è quello di “facilitare la comunicazione" tra la persona sorda, i docenti e i compagni di classe; pertanto egli non si deve porre come un insegnante, ma seguire le indicazioni concordate con il docente.

All’inizio c’è diffidenza e a volte ostilità verso questi operatori perché assistono alle lezioni ed inevitabilmente valutano le competenze didattiche dell’insegnante e la sua capacità di aver un buon rapporto con gli alunni. Altre volte, invece, soprattutto quando la comunicazione è molto difficile e l’alunno esprime il suo disagio con comportamenti aggressivi o di rifiuto a lavorare, l’assistente alla comunicazione viene accolto molto bene dagli insegnanti perché si rendono conto che una comunicazione più efficace riduce l’aggressività.




mercoledì 23 maggio 2012

IL TERMINE "SORDOMUTO" E' RELATIVAMENTE RECENTE

Non è vero che un sordo dalla nascita debba per forza essere muto: l’apparato vocale è indipendente da quello uditivo. In ogni caso ambedue possono leggere e scrivere e quindi comunicare con le altre persone normodotate e farsi una cultura.
A rendersi conto di ciò sembra essere stato per primo Rodolfo Agricola (1443-1485) che se ne meravigliò, ma la convinzione che i sordi fossero incapaci di ricevere un’istruzione non verrà messa in dubbio fino al XVII secolo. In Italia, invece, bisognerà aspettare il 1923 perché sia riconosciuto loro tale diritto.
Il primo ad affermare in modo esplicito che era possibile educare i sordi fu il medico italiano Girolamo Cardano (1501-1576) che sembra avesse anche elaborato un codice per l'insegnamento che purtroppo non sviluppò.
Fino alla fine del Settecento si trattava di un’educazione individuale, riservata ai figli di famiglie abbienti però, come i testi pubblicati stanno a dimostrare, il metodo di insegnamento consisteva in quello che si è poi definito “metodo orale”, che consisteva nel favorire l’uso della parola. Una svolta venne con l’abate de l’Epée (1712-1789) che arrivò a fondare, nel 1760 a Parigi, la prima scuola per sordomuti. Proprio nella sua scuola, il de l’Epée si accorse che i suoi allievi usavano tra loro dei segni spontanei. Ne rimase colpito e cominciò a codificare tali segni.

In Europa, si ebbero alcuni sviluppi grazie a studiosi quali Jean-Marc Itard, che può essere considerato il precursore di molte tecniche rieducative per bambini ritardati e la sua eredità sarà poi raccolta anche da Maria Montessori. Lui, che era stato un convinto sostenitore del metodo orale, negli ultimi anni della sua vita cambiò radicalmente parere, ritenendo che ogni rieducazione al linguaggio verbale doveva essere preceduta ed accompagnata dall’uso dei segni. Nella prima metà dell’Ottocento sono noti i nomi di alcune persone sorde, spesso insegnanti loro stessi, che scrivono su problemi ed argomenti relativi ai sordi.
L’Europa ebbe una battuta d’arresto nel 1880 a seguito di un Congresso internazionale tenutosi a Milano dove, contro il parere della parte favorevole alla lingua dei segni, di tutti i sordi presenti e di udenti stranieri come alcuni osservatori americani (Gallaudet e Penn), si arrivò alla conclusione di proibire in maniera assoluta negli istituti tale tecnica e di favorire esclusivamente il metodo orale.
Le conseguenze furono nefaste per le comunità sorde europee ed ancora oggi la mentalità in proposito continua ad elaborare metodi sempre più dannosi.

giovedì 26 aprile 2012

APPROCCIO SOCIO-EDUCATIVO ALLA PATOLOGIA E IMPORTANZA DELLA LIS


Dall’attuazione della legge 517, nasce l’acceso dibattito sull’efficacia o meno del linguaggio dei segni da adottare a scuola in presenza di altri studenti non sordi. La discussione coinvolge vari aspetti e punti di vista, ma la considerazione che in questo contesto è opportuno fare riguarda l’educazione, prima che dei sordi, degli udenti che assistono ed interagiscono con i sordi stessi. La lingua dei segni pur avendo la denominazione di lingua vera e propria, ancora oggi non viene regolarmente utilizzata nell’istruzione dei bambini sordi. Le motivazioni possono essere rintracciate nella scarsità di competenza e conoscenza, da parte soprattutto dei genitori stessi di questi bambini, sia della LIS sia dei metodi riabilitativi che possono e devono, in molti casi, essere applicati per diminuire l’handicap, metodi che esulano dalla protesizzazione o l’impianto presso i centri diagnostici specializzati.

I soggetti coinvolti, non potendo esprimersi nella forma comunicativa che viene loro spontanea, molto spesso subiscono importanti traumi nella delicata fase dello sviluppo delle loro abilità cognitive, linguistiche e sensoriali, con possibili ricadute psicologiche che danno vita a comportamenti quali impulsività, iperdipendenza, bassa autostima, aggressività. Per abbattere queste barriere linguistiche e principalmente psicologiche, come dimostrano gli studi neuro-psichici, è necessario mutare l’approccio socio-educativo nei confronti dei non udenti a partire dal contesto familiare di riferimento. Attuare nuove strategie comunicative per impedire il manifestarsi dell’isolamento, come rifugio dalle difficoltà, può costituire un punto di partenza notevole. La sordità, infatti, non è una malattia incurabile, tutt’altro, è una diversità che può diventare un’occasione di arricchimento culturale per il sordo stesso e per il contesto socio-culturale in cui interagisce, un’opportunità di crescita e confronto fra esperienze diverse in cui ritrovare la vera identità linguistica e personale di queste persone, il silenzio come strumento di comunicazione attraverso i gesti. Studi autorevoli hanno dimostrato che la capacità dei bambini sordi di apprendere una lingua vocale-acustica è maggiormente facilitata se intervengono due fattori principali: la libertà del bambino di utilizzare la lingua dei segni quale forma di potenziamento della sua capacità di apprendimento delle categorie grammaticali fondamentali ed il contatto quotidiano con la lingua vocale da apprendere nel contesto familiare e scolastico in cui interagisce.

L’utilizzo della lingua dei segni non deve, però, diventare motivo di emarginazione o ghettizzazione della comunità dei sordi nei confronti degli udenti non praticanti la LIS, viceversa deve sensibilizzare specialisti, interpreti e docenti a diffondere tale lingua, promuovendo dei corsi di insegnamento rivolti ai normoudenti, come forma di integrazione e interazione.