La carta è ancora il canale principale di
diffusione del testo scritto, nonostante l'inarrestabile ascesa delle
tecnologie digitali. Nel mondo dei sordi invece possiamo ragionevolmente affermare
che la diffusione di nuove tecnologie ha prodotto una serie di
profondi cambiamenti.
martedì 12 giugno 2012
LA MULTIMEDIALITA'
lunedì 11 giugno 2012
METODI EDUCATIVI
Gli ultimi
quindici anni hanno visto la nascita di nuove concezioni pedagogiche ed
educative. Oltre che dell'oralismo si è cominciato a parlare d'educazione
bilingue e del metodo bimodale.
Nell'ambito dei metodi
oralisti ci sono diverse metodiche che hanno in comune la convinzione
che il gesto uccide la parola e quindi non usano la lingua dei segni. Il limite
di alcune metodologie esclusivamente oraliste è quello di privilegiare tra i
molteplici aspetti del linguaggio solo quello articolatorio, puntando molto
sull'articolazione e poco sulla comprensione, infatti lo stesso arricchimento
lessicale è programmato in base alla difficoltà di pronuncia delle parole non
tenendo in nessun conto il valore semantico. In questo modo la sordità è
considerata solo in una prospettiva riabilitativa da un punto di vista clinico:
diagnosi, grado di sordità, protesizzazione e logopedia. Si cerca con
insistenza di “normalizzare” il bambino sordo facendolo assomigliare al bambino
normoudente: la questione più rilevante è che al bambino sia insegnato a
parlare bene.
Anche il metodo
bimodale condivide l'obiettivo che il bambino sordo raggiunga una
competenza nella lingua parlata e scritta il più simile possibile ad un bambino
udente; condivide invece con il metodo bilingue la convinzione dell'integrità
della facoltà di linguaggio nel bambino sordo. Si utilizza la modalità
visivo-gestuale ma con la sintassi identica all'italiano parlato.
Nell' educazione
bilingue il bambino viene esposto alla lingua vocale e alla lingua dei
segni in contesti separati o da due fonti diverse.
Nel caso del
bambino sordo non si può parlare di bilinguismo simultaneo in quanto
l'apprendimento della lingua parlata procede più lentamente di quello della
lingua segnata. I bambini sordi possono in pratica acquisire prima la lingua
dei segni e più tardi la lingua parlata e scritta divenendo quindi bilingui. Resta
completamente aperto il problema di come insegnare la seconda lingua: comunque
chi sceglie di occuparsi della formazione dei sordi non può ignorare che le tecnologie
informatiche possono permettere a chi manca del canale uditivo di
ricevere il messaggio comunicativo anche in altre modalità, favorendone così lo
sviluppo linguistico e cognitivo, minimizzando l'handicap.
giovedì 7 giugno 2012
LINGUAGGIO DEI SEGNI ALL'ASILO
“La
dimestichezza con questo nuovo linguaggio (la Lis) – spiega nel documento
Lonero – sarebbe per i piccoli udenti e non, un bagaglio culturale
particolarmente utile e servirebbe in particolare agli udenti come nuovo
sistema di simboli comunicativi”. Il consigliere fa rilevare che questa
esperienza servirebbe da stimolo per lo sviluppo intellettivo, affettivo e
sociale della fascia che va dai 3 mesi ai 3 anni, favorendo in modo armonico
l’integrazione dei sordi e tutti avrebbero indistintamente le stesse opportunità
di apprendimento. “Non solo – prosegue il Capogruppo – ma il bilinguismo
ridurrebbe l’impatto emotivo e psicologico tra bimbi udenti e sordi favorendo
la socializzazione, tanto da far diventare la Lis come madrelingua per i sordi
e seconda lingua per i bimbi udenti.”
Il
consigliere chiede all’Amministrazione che si effettui un censimento delle
famiglie residenti con bimbi sordi al di sotto dei 3 anni di età, per
modificare le regole di accesso alla graduatorie per favorire l’ingresso dei
bimbi sordi negli asili nido dove sarà presente la figura professionale
specializzata.
venerdì 1 giugno 2012
LA FIGURA DELL'ASSISTENTE ALLA COMUNICAZIONE NELLA SCUOLA
La legge
104/92 prevede la possibilità per i bambini sordi di essere affiancati da questa
figura e sono in aumento le famiglie che lo richiedono, anche se la legge non
ne ha ancora tracciato un profilo giuridico ed economico ben definito.
Al
momento la prassi più diffusa è la seguente:
·
la
famiglia inoltra domanda al Comune di residenza o alla Provincia (la competenza
non è uguale in tutto il territorio) per ottenere l’assistente alla comunicazione;
·
spesso
la Provincia non gestisce in proprio il servizio, ma delega enti, cooperative,
associazioni, ecc... che nominano gli assistenti in base ad una lista compilata
per titoli ed esami;
·
l’assistente
viene inserito nell’istituzione scolastica, ma resta alle dipendenze dell’Ente
o cooperativa che lo ha nominato. L’orario può oscillare dalle 10 alle 20 ore
settimanali.
In tutta
Italia sta aumentando notevolmente la presenza di questa figura professionale,
non solo a scuola ma anche in famiglia. L’operatore
svolge un vero e proprio intervento educativo poiché deve rafforzare l’identità
del bambino sordo facendogli comprendere il valore della sua diversità come
risorsa positiva.
I requisiti
dell’assistente alla comunicazione, secondo l’ENS, sono i seguenti:
·
deve
conoscere benissimo la Lingua dei Segni Italiana (LIS);
·
deve
aver frequentato un corso di formazione;
·
deve
avere un titolo di studio adeguato: diploma di maturità per il nido, la scuola
materna e la scuola elementare; diploma di laurea per tutti i gradi scolastici
(dal nido alle superiori) ;
·
nel
caso di operatore udente, deve essere figlio di sordo segnante (la sua competenza
deve essere valutata mediante un esame) oppure aver frequentato un corso di
Lingua dei segni di almeno 400 ore;
·
deve
frequentare regolarmente la comunità dei sordi.
L’ingresso
di un assistente alla comunicazione all’interno di una classe pone una serie di
interrogativi sul lavoro di questo operatore per quel che riguarda il suo ruolo
e le sue competenze, rispetto all’insegnante curricolare e di sostegno.
Il ruolo
principale dell’assistente alla comunicazione è quello di “facilitare la comunicazione" tra la persona sorda, i docenti e i compagni di classe; pertanto egli non si deve porre come un insegnante, ma seguire le indicazioni concordate con il docente.
All’inizio
c’è diffidenza e a volte ostilità verso questi operatori perché assistono alle
lezioni ed inevitabilmente valutano le competenze didattiche dell’insegnante e
la sua capacità di aver un buon rapporto con gli alunni. Altre volte, invece,
soprattutto quando la comunicazione è molto difficile e l’alunno esprime il suo
disagio con comportamenti aggressivi o di rifiuto a lavorare, l’assistente alla
comunicazione viene accolto molto bene dagli insegnanti perché si rendono conto
che una comunicazione più efficace riduce l’aggressività.
mercoledì 23 maggio 2012
IL TERMINE "SORDOMUTO" E' RELATIVAMENTE RECENTE
Non è vero che un sordo dalla nascita debba per forza essere muto: l’apparato vocale è indipendente da quello uditivo. In ogni caso ambedue possono leggere e scrivere e quindi comunicare con le altre persone normodotate e farsi una cultura.
A rendersi conto di ciò sembra essere stato per primo Rodolfo Agricola (1443-1485) che se ne meravigliò, ma la convinzione che i sordi fossero incapaci di ricevere un’istruzione non verrà messa in dubbio fino al XVII secolo. In Italia, invece, bisognerà aspettare il 1923 perché sia riconosciuto loro tale diritto.
Il primo ad affermare in modo esplicito che era possibile educare i sordi fu il medico italiano Girolamo Cardano (1501-1576) che sembra avesse anche elaborato un codice per l'insegnamento che purtroppo non sviluppò.
Fino alla fine del Settecento si trattava di un’educazione individuale, riservata ai figli di famiglie abbienti però, come i testi pubblicati stanno a dimostrare, il metodo di insegnamento consisteva in quello che si è poi definito “metodo orale”, che consisteva nel favorire l’uso della parola. Una svolta venne con l’abate de l’Epée (1712-1789) che arrivò a fondare, nel1760 a Parigi, la prima scuola per sordomuti. Proprio nella sua scuola, il de l’Epée si accorse che i suoi allievi usavano tra loro dei segni spontanei. Ne rimase colpito e cominciò a codificare tali segni.
A rendersi conto di ciò sembra essere stato per primo Rodolfo Agricola (1443-1485) che se ne meravigliò, ma la convinzione che i sordi fossero incapaci di ricevere un’istruzione non verrà messa in dubbio fino al XVII secolo. In Italia, invece, bisognerà aspettare il 1923 perché sia riconosciuto loro tale diritto.
Il primo ad affermare in modo esplicito che era possibile educare i sordi fu il medico italiano Girolamo Cardano (1501-1576) che sembra avesse anche elaborato un codice per l'insegnamento che purtroppo non sviluppò.
Fino alla fine del Settecento si trattava di un’educazione individuale, riservata ai figli di famiglie abbienti però, come i testi pubblicati stanno a dimostrare, il metodo di insegnamento consisteva in quello che si è poi definito “metodo orale”, che consisteva nel favorire l’uso della parola. Una svolta venne con l’abate de l’Epée (1712-1789) che arrivò a fondare, nel
In Europa, si ebbero alcuni sviluppi grazie a studiosi quali Jean-Marc Itard, che può essere considerato il precursore di molte tecniche rieducative per bambini ritardati e la sua eredità sarà poi raccolta anche da Maria Montessori. Lui, che era stato un convinto sostenitore del metodo orale, negli ultimi anni della sua vita cambiò radicalmente parere, ritenendo che ogni rieducazione al linguaggio verbale doveva essere preceduta ed accompagnata dall’uso dei segni. Nella prima metà dell’Ottocento sono noti i nomi di alcune persone sorde, spesso insegnanti loro stessi, che scrivono su problemi ed argomenti relativi ai sordi.
L’Europa ebbe una battuta d’arresto nel1880 a seguito di un Congresso internazionale tenutosi a Milano dove, contro il parere della parte favorevole alla lingua dei segni, di tutti i sordi presenti e di udenti stranieri come alcuni osservatori americani (Gallaudet e Penn), si arrivò alla conclusione di proibire in maniera assoluta negli istituti tale tecnica e di favorire esclusivamente il metodo orale.
Le conseguenze furono nefaste per le comunità sorde europee ed ancora oggi la mentalità in proposito continua ad elaborare metodi sempre più dannosi.
L’Europa ebbe una battuta d’arresto nel
Le conseguenze furono nefaste per le comunità sorde europee ed ancora oggi la mentalità in proposito continua ad elaborare metodi sempre più dannosi.
giovedì 26 aprile 2012
APPROCCIO SOCIO-EDUCATIVO ALLA PATOLOGIA E IMPORTANZA DELLA LIS
Dall’attuazione della legge 517, nasce l’acceso
dibattito sull’efficacia o meno del linguaggio dei segni da adottare a scuola
in presenza di altri studenti non sordi. La discussione coinvolge vari aspetti
e punti di vista, ma la considerazione che in questo contesto è opportuno fare
riguarda l’educazione, prima che dei sordi, degli udenti che assistono ed
interagiscono con i sordi stessi. La lingua dei segni pur avendo la denominazione
di lingua vera e propria, ancora oggi non viene regolarmente utilizzata nell’istruzione
dei bambini sordi. Le motivazioni possono essere rintracciate nella scarsità di
competenza e conoscenza, da parte soprattutto dei genitori stessi di questi
bambini, sia della LIS sia dei metodi riabilitativi che possono e devono, in
molti casi, essere applicati per diminuire l’handicap, metodi che esulano dalla
protesizzazione o l’impianto presso i centri diagnostici specializzati.
I soggetti coinvolti, non potendo esprimersi
nella forma comunicativa che viene loro spontanea, molto spesso subiscono
importanti traumi nella delicata fase dello sviluppo delle loro abilità
cognitive, linguistiche e sensoriali, con possibili ricadute psicologiche che
danno vita a comportamenti quali impulsività, iperdipendenza, bassa autostima, aggressività. Per abbattere queste barriere linguistiche e
principalmente psicologiche, come dimostrano gli studi neuro-psichici, è
necessario mutare l’approccio socio-educativo nei confronti dei non udenti a
partire dal contesto familiare di riferimento. Attuare nuove strategie
comunicative per impedire il manifestarsi dell’isolamento, come rifugio dalle
difficoltà, può costituire un punto di partenza notevole. La sordità, infatti, non è una malattia
incurabile, tutt’altro, è una diversità che può diventare un’occasione di
arricchimento culturale per il sordo stesso e per il contesto socio-culturale
in cui interagisce, un’opportunità di crescita e confronto fra esperienze
diverse in cui ritrovare la vera identità linguistica e personale di queste
persone, il silenzio come strumento di comunicazione attraverso i gesti. Studi autorevoli hanno dimostrato che la
capacità dei bambini sordi di apprendere una lingua vocale-acustica è
maggiormente facilitata se intervengono due fattori principali: la libertà del
bambino di utilizzare la lingua dei segni quale forma di potenziamento della
sua capacità di apprendimento delle categorie grammaticali fondamentali ed il
contatto quotidiano con la lingua vocale da apprendere nel contesto familiare e
scolastico in cui interagisce.
L’utilizzo della lingua dei segni non deve,
però, diventare motivo di emarginazione o ghettizzazione della comunità dei
sordi nei confronti degli udenti non praticanti la LIS, viceversa deve
sensibilizzare specialisti, interpreti e docenti a diffondere tale lingua,
promuovendo dei corsi di insegnamento rivolti ai normoudenti, come forma di
integrazione e interazione.
giovedì 19 aprile 2012
LA LIS E GLI UDENTI
Per troppo tempo gli udenti hanno ignorato la comunicazione dei sordi o l'hanno guardata con superficiale curiosità; dall'altra parte, i sordi, considerando il proprio codice segnico una sorta di «lingua privata», da usare in circoli chiusi, non l'hanno mai condiviso con gli altri. Questa situazione sta cambiando: gli udenti, sollecitati anche da film e da libri sull’argomento, hanno capito che i sordi, muovendo da una gestualità tutto sommato rozza hanno tratto, attraverso un processo di raffinamento e di trasformazione, un codice linguistico elaborato e ricco. A questo punto, per gli udenti, imparare una lingua come la LIS è uno speciale modo di imparare una «lingua straniera» del tutto particolare. Dall'altro lato, i sordi finalmente, nel momento in cui hanno «scoperto» la propria lingua, hanno maturato anche il desiderio di diffonderla. Come risultato augurabile, il mondo dei sordi e quello degli udenti, tradizionalmente separati, possono trovare qui qualche nuovo argomento per rimettersi in contatto.
Lo studio della lingua dei segni da parte delle persone udenti non deve essere intesa come una raccolta di curiosità, ma come un modo per scoprire come la conoscenza si organizza linguisticamente a partire da un senso diverso dall'udito: la visione. I sordi offrono agli udenti la chiave per entrare in una genealogia semiotica diversa da quella delle lingue verbali: l'organizzazione strutturale della LIS, pur basandosi sugli stessi principi della lingua verbale (come, ad esempio, l'articolazione), ha scelto strade diverse per la sua architettura. E' una lingua che opera non solo nel tempo, ma anche e specialmente nello spazio, e in questo senso permette straordinarie forme di «messa in scena» espressiva, alle quali la lingua verbale può solo approssimarsi. Queste proprietà non possono non dire qualcosa a tutti coloro che si occupano delle tecniche di cui l'uomo si serve per formare i significati e dar loro espressione. In effetti, l'interesse verso le lingue segniche si' è gradualmente allargato: dopo alcuni importanti studi italiani che hanno messo in luce diversi aspetti della straordinaria complessità di queste lingue, di LIS hanno cominciato ad occuparsi in parecchi, a cominciare dai linguisti.
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